Un sistema economico, sociale, politico e culturale in disfacimento: “è il capitalismo bellezza”.
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Come siamo finiti in questa spirale tremenda da ogni punto di vista dalla quale sembra si salvino veramente in pochi in Italia? Degrado culturale e sociale, disoccupazione insostenibile, precarietà quasi come unica opzione lavorativa, povertà in aumento, salari e pensioni da fame, una forbice della ricchezza tra ricchi e poveri che aumenta di giorno in giorno, la memoria storica che dovrebbe aiutare a sbagliare meno e a trovare soluzioni ai problemi è diventata merce rara, un individualismo sfrenato ed indotto da un consumismo senza freni che considera la comunità non come bene collettivo ma come una mucca da mungere per i propri fini individuali.

Quale è la chiave di lettura più adeguata? Difficile trovare una risposta che non sia parziale e ”di parte”.

Non voglio avventurarmi in improbabili analisi che di solito riportano sempre al punto di partenza che rimane troppo spesso interpretabile in modo non univoco e quindi passo seccamente alla mia convinzione: il sistema economico, sociale, politico e ancor prima culturale di questo Paese è in disfacimento e assistiamo quindi ad una rappresentazione che per alcuni serve per allungare il brodo delle consuetudini e della “normalità” e per altri a tutelare gli interessi di chi ha ancora saldamente in mano le leve del potere.

Siamo di fronte ad un sistema economico che fa acqua da tutte le parti e non sembra seguire alcuno schema razionale o logica di programmazione. Aziende che fuggono tranquillamente all’estero dopo aver ricevuto enormi sussidi dallo stato. Attività che chiudono pur essendo in attivo, lasciando sul lastrico lavoratori ed interi territori. Settori produttivi, anche strategici come nei trasporti, nell’energia e nelle telecomunicazioni che vengono privatizzati e in molti casi svenduti a gruppi stranieri. Lo Stato abbandona totalmente le attività economiche e favorisce più gli investimenti stranieri che le attività industriali nazionali.

Un mondo politico indecente e spesso osceno tratteggia un panorama in cui le differenze tra i partiti presenti in Parlamento sono praticamente annullate. Una maggioranza di governo intorno al principe della Banca Europea che di fatto comprende tutti, anche quell’estrema destra che si dichiara all’opposizione. Un PD il cui segretario va alla festa di Fratelli d’Italia, un Renzi che strizza l’occhio al centro-destra e sogna di fare il Craxi di qualche anno fa ma con il 2% dei voti. Lo stesso sogno di uno scomposto Calenda che non sa neanche che cosa significhi la parola politica. Un Conte che dopo le aperture di Berlusconi sui 5stelle dichiara che in fondo anche il cavaliere di cose buone ne ha fatte. Una destra xenofoba e legata a logiche e pratiche a metà strada tra Orban e Bolsonaro, ma con le stesse certezze economiche e ideologiche del centro-sinistra sull’inviolabilità e l’infallibilità del cosiddetto “mercato”.

Un sistema istituzionale che prende atto ormai della divisione dell’Italia in 20 repubbliche autonome, ingessato da una legge elettorale blindata ed ormai inserito stabilmente nella gabbia di regole, limiti e imposizioni che arrivano da Bruxelles e Francoforte. Un Parlamento ormai inutile che vota sempre meno e soprattutto, come ha affermato il presidente delle Camera, senza sapere che cosa sta realmente approvando. Una corsa alla Presidenza della Repubblica che sembra tutta concentrata sul personaggio Draghi che o da nuovo Presidente o da rinnovato Capo del Governo, deve necessariamente mantenere saldamente in mano le redini economiche, politiche e sociali del Paese, in estrema sintonia con la finanza internazionale, con le banche e con il “dio mercato” e che deve continuare a guidare e determinare qualsiasi scelta che riguardi questo Paese.

Un mondo sindacale in cui la rappresentanza dei lavoratori, ad eccezione del sindacalismo di base, è stata soppiantata da meccanismi di accompagnamento delle decisioni del governo e del sistema industriale e finanziario, finalizzata esclusivamente alla perpetuazione di organizzazioni burocratiche e ormai lontane dalle esigenze e dagli interessi di chi lavora. Si arriva addirittura ad indire uno sciopero generale (Cgil e Uil) sapendo che la Commissione di Garanzia rileverà le oggettive violazioni in base ad una legge condivisa da Cgil, Cisl e Uil e, ancor peggio, dichiarando che non è contro il governo Draghi ma contro i partiti che avrebbero bocciato un emendamento minimale proposto dallo stesso Draghi. Come se uno sciopero generale che dovrebbe avere valenza politica e si rivolge naturalmente al governo in carica, si potesse revocare spostando in basso soltanto qualche briciola da chi guadagna più di 75 milioni annui.

Una pandemia che ha fatto emergere con estrema virulenza una carenza culturale profonda e marcata, un disagio diffuso che non può essere circoscritto ai terrapiattisti o ai complottisti di professione, ma che denota allo stesso tempo una distanza siderale di fasce importanti della popolazione dai processi logici e dalle analisi scientifiche che dovrebbero far maturare le proprie convinzioni. D’altra parte gli interessi in gioco in questa vicenda mondiale hanno alimentato una lotta di tutti contro tutti. Al contrario di chi auspicava una emersione positiva dall’emergenza sanitaria, siamo di fronte ad un’uscita che porta da una parte ad un aumento della repressione e dell’autoritarismo e dall’altra verso una radicalizzazione di posizioni che nulla hanno a che vedere con la scienza, la giustizia e l’etica sociale. Un confuso e trasversale ribellismo che allontana e distrae settori sempre più vasti della popolazione da quello che invece servirebbe: un reale e concreto conflitto sociale per modificare strutturalmente il sistema politico ed economico e prima ancora culturale e sociale che sta opprimendo questo Paese come il resto del pianeta.

Qualcuno direbbe: CHE FARE? Altri farebbero notare più semplicemente che: “È IL CAPITALISMO BELLEZZA!”.

Si lo so che è il capitalismo che permea qualsiasi attività umana da troppo tempo e che bisognerebbe scrollarselo di dosso. Personalmente mi sono battuto per mezzo secolo tutti i giorni, in tutte le condizioni, in qualsiasi ambito mi sono trovato ad operare. Sono e resto comunista perché credo che questo sistema sia sbagliato e che l’essere umano debba poter aspirare a qualche cosa di più della sopravvivenza, della sopraffazione, della rapina, dell’iniquità, dell’indifferenza. Quando però si “scaricano le batterie” e non hai più le energie necessarie per impegnarti come facevi prima, allora ti fermi, hai più tempo per pensare e osservi un mondo che sta cambiando e che gira molto più velocemente di quanto immaginavi quando eri intento a gettare una chiave inglese o soltanto un bullone nell’ingranaggio che ti sovrasta.

Non rinnego e non rimpiango nulla, anzi le mie convinzioni vengono rafforzate! Non resta che mantenere la barra dritta e trasmettere, per quanto possibile, quello che si è tentato di costruire in termini di alternativa, mantenere la fiamma accesa, sperare che chi ha ancora le batterie cariche continui a lottare e che nuove e giovani energie si sommino a quelle esistenti e riescano a far saltare il banco.

Forse non è molto ma guardando lo scenario che ci circonda … forse non è poi così poco!

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