Retorica e strumentalità sulla vittoria agli europei
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Retorica e strumentalità sulla vittoria agli europei

Come tanti sono stato spettatore della partita che ha visto la nazionale di calcio italiana vincere la finale del campionato europeo. Come tutti ho tifato ed ho gioito della vittoria. È sicuramente un risultato sportivo importante conseguito dopo tanti anni, ma forse è necessario ricordare che si tratta di una prestazione sportiva, niente di più e niente di meno. Invece, intorno a questa partita si è fatta e si continuano a sviluppare una retorica e una strumentalità senza limiti.

A livello internazionale si canta così la vittoria della buona Unione europea contro la cattiva brexit inglese, per far dimenticare quella frase odiosa che suona ripetutamente …“ce lo chiede l’Europa”… che serve a giustificare sacrifici, austerity e riduzione dei diritti.

Si esalta la coesione dell’undici azzurro guidato da Mancini per magnificare l’attuale ammucchiata di governo che vede praticamente tutti i partiti sostenere il grande conduttore Draghi che sta gestendo il paese con un pugno di donne e uomini fidati.

Si celebra la vittoria intonando l’inno italiano a squarciagola ma ci si dimentica della Costituzione che parla di una Repubblica fondata sul lavoro, per sminuire la portata delle migliaia di licenziamenti che si stanno consumando in queste ore a seguito del loro sblocco deciso dal governo, fortemente voluto da Confindustria e accettato da Cgil, Cisl e Uil.

Si decanta la vittoria come per scacciare l’orrore e la paura della pandemia ma non si dice più nulla della necessità di sviluppare la sanità pubblica, la medicina di base, territoriale e preventiva, accessibile a tutti, abolendo i regali e le sovvenzioni alla sanità privata e speculativa.

Insomma, a me sembra che una abbuffata mediatica così retorica, colma di ipocrisia e di strumentalità, serva a nascondere i problemi piuttosto che a valorizzare lo sport.

D’altra parte anche 2000 anni fa, nella “grande Roma”, si nascondeva la fame e la scarsa sanità pubblica, indicendo grandi feste dentro il Colosseo. Certo, dirà qualcuno, ma che paragone fai? Lì morivano schiavi e gladiatori… ma perché oggi invece non muore nessuno nei campi, nelle fabbriche o affogati come bestie nel “mare nostrum”!

Allora forse bisognerebbe dare alle cose il loro giusto valore e confinarle nell’ambito nel quale si collocano. Noi tifosi, noi lavoratori, noi sfruttati, noi migranti, noi donne e uomini di questo stanco Paese, continuiamo pure a tifare la nazionale, ma diffidiamo da chi usa il nostro entusiasmo per altri scopi!

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